Enrico Gregori (nella foto assieme a Rino Barillari) è nato a Roma nel '54, da quando ha 14 anni vuole fare il giornalista. Inizia a collaborare con una rivista musicale, scrive di musica rock. Fa molti viaggi come inviato, conosce Bruce Springsteen, Patti Smith, i King Crimson, i Queen. Nei primi anni Ottanta entra come cronista di "nera" in un quotidiano della capitale. Un passaggio che lui stesso definisce spericolato. Attualmente lavora come responsabile della cronaca al "Messaggero" di Roma.
Si racconta nel suo blog: "Terrorismo, banda della Magliana, la gang di Lallo lo Zoppo, il raid assassino di Johnny lo zingaro, le esecuzioni dei nemici di Gheddafi, sventagliate di mitra in via Veneto, qualche pallottola che fischiava sopra la testa. Ma, come suol dirsi, l'importante è poter raccontare tutto ciò. Così come è importante, a mio avviso, sottolineare che cronaca nera vuol dire umanità. Quella del vicino di casa, quella degli sconosciuti che, colpiti dal dolore, diventano persone che spesso si appoggiano al cronista per darsi una spiegazione di ciò che li ha colpiti. L'altra faccia della vita, insomma. La musica che dà gioia, e la morte che dà disperazione".
Gregori recentemente ha pubblicato un romanzo dal titolo "Un tè prima di morire", edizioni Bietti. Un noir che attinge alla sua esperienza di cronista. Io l'ho intervistato perché volevo sapere quanto di vero ci fosse nel suo libro. E anche per soddisfare una certa umana curiosità per certi avvenimenti inquietanti. Enrico mi ha fatto capire una cosa sopra a tutte, cioè che l'uomo deve la sua evoluzione ad una estrema capacità di adattamento. Nel bene e nel male, è senza dubbio l'animale più abile ad abituarsi a delle regole illogiche da lui stesso partorite.
Ti è capitato, magari ad inizio carriera, di andare di persona sulla scena di un delitto?
Ho esordito nella cronaca nera nel 1980. Lo scenario romano prevedeva il terrorismo brigatistico, il terrorismo dell'estrema destra, le esecuzioni dei dissidenti del regime di Gheddafi riparati a Roma, la banda della Magliana, la cosiddetta "banda delle belve" di Lallo lo zoppo più "varie ed eventuali". Capitava, quindi, di recarsi sul luogo di un omicidio e dopo un'ora correre su un altro delitto. Uno scenario inquietante e, decisamente, un tirocinio esemplare per imparare il mestiere.
La prima sensazione, quella più genuinamente animale, quale è stata?
Avvertii un violento distacco da quello che fino ad allora avevo solo visto al cinema o in tv. La realtà è più dura e più vera.
La prossimità con certi comportamenti estremi, ti ha mai spinto a dubitare della tua personale sanità mentale?
Non ho mai avuto il tempo di rifletterci. Dopo anni, però, ho pensato che aver assistito a cose anche al limite del possibile, qualche danno deve averlo fatto. Sicuramente si acquisisce un distacco difensivo al limite del cinismo.
Che cosa spinge un uomo a commettere un delitto?
Ci sono delitti che hanno dei moventi ovvii, come la vendetta, la strategia della tensione o il regolamento di conti. Se ci limitiamo agli omicidi emotivi, direi che l'assassino è spinto quasi sempre dalla disperazione e dalla considerazione che l'unica via d'uscita è uccidere.
Che cosa spinge un giornalista di esperienza a scrivere un libro come "Un tè prima di morire"?
Boh! Oddio, sono arrivato alla scrittura di un romanzo quando ho avuto voglia di dare la mia versione dei fatti sullo stato emotivo di tutti quelli che, a vario titolo, partecipano a un evento drammatico.
Scrivere un romanzo noir (credo tra l'altro ispirato da fatti realmente accaduti) è stato per te un atto catartico? Un modo per "scaricare" la tensione degli anni vissuti a contatto con delle realtà crude, un modo per condividere un fardello altrimenti troppo pesante?
Nel libro non ci sono fatti realmente accaduti, ma fatti verosimili. Nel senso che certi episodi possono avvenire così come io li ho descritti perché non sono fantascientifici. In senso generale forse il libro è irripetibile nella sua crudezza. Gli altri saranno meno espliciti ma non meno disperati.
Secondo te perché la gente si appassiona ai particolari di un delitto? Perché se ne vuole sapere sempre "di più"?
La mia esperienza mi porta a dire che spesso si tratta di "esorcismo". Vedere, scandagliare, capire la morte altrui è una specie di barriera che tiene la morte lontana da noi.
Negli anni di carriera che idea ti sei fatto delle capacità delle nostre Forze dell'Ordine?
Negli anni c'è stata una grossa trasformazione legata allo sviluppo delle tecnologie. Resta il fatto che l'investigatore deve continuare a basarsi su fiuto ed esperienza, altrimenti nessuna tecnologia può sostituirsi completamente all'uomo. Mediamente il livello è secondo me elevato. Non è raro che, per esempio, l' F.B.I. studi tecniche e metodi italiani.
Quando guardi un telefilm poliziesco, in media, quanti errori di sceneggiatura riesci ad individuare?
Tantissimi. Ma la sceneggiatura deve tener presente lo spettacolo. Molte imprecisioni o esagerazioni sono dovute all'esigenza di coinvolgere lo spettatore. Per fare un esempio, la serie C.S.I. racconta metodi e situazioni reali. Sono sballati i ruoli degli investigatori ma, appunto, ciò avviene per motivi di fiction.
Rilevi delle grandi differenze tra i metodi investigativi delle unità italiane ed i mitici cop americani?
Credo che ci sia troppa mitologia sugli investigatori americani. Nei film li vediamo sbattersi 24 ore su 24. Nella realtà, salvo casi eccezionali, alle 17 del venerdì staccano e vanno nel giardino della loro casetta ad accendere il barbecue. E ci si vede lunedì.







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