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Apr 08 9

Storie di eccellenza italiana: una comunità psichiatrica

Pubblicato da Fausta Maria Rigo alle 00:15 in Interviste


Dopo un po' ci si stanca di parlare di quello che non va. Almeno questo succede a me. Prende la stessa depressione che ci assale visitando il sito di Beppe Grillo. Va bene, anzi è necessario puntare i riflettori sulle magagne. Ma ogni tanto bisogna anche raccontare delle cose che funzionano. In fondo, anche se qui a Roma piove a cascate, è primavera. Occorre anche essere ottimisti. I problemi ci sono, ma c'è anche una marea di gente impegnata a risolverli.Oggi racconto la storia bella, la storia di una donna che tutti noi dovremmo ringraziare per il solo fatto di esistere. Maria Filomena Cirillo fa l'infermiera in una comunità psichiatrica dove si ospitano, tra gli altri, anche molti alcolisti e persone che fanno uso di droghe. Una delle tante strutture italiane che, guarda caso, non solo funzionano ma funzionano anche bene. Il nome di questa struttura è stato omesso perché esistono delle leggi che vietano la pubblicità diretta agli ospedali e case di cura. In ogni caso non mi sembra tanto importante sapere esattamente il nome dell'ospedale, la cosa rassicurante mi pare l'essere consapevoli che posti come questi esistono. Proprio qui in Italia, non in Svizzera o negli Stati Uniti, e non solo questo, il dato fondamentale è che questi sono dei servizi a cui ogni cittadino italiano può accedere. Tutti sanno che in molti paesi invece non è così. Be', una cosa di cui andare fieri dire che l'Italia ce l'ha, forse sarebbe il caso di prenderne atto e rendere onore a coloro i quali rendono questo fondamentale servizio possibile.

Cara Maria, tu lavori in una comunità psichiatrica. Ci descrivi la struttura nella quale lavori?

Lavoro in un CRA (centro di riabilitazione ad alta assistenza) per persone affette da disturbi psichici, afferente ad un Dipartimento di Salute Mentale e quindi al sistema sanitario nazionale. Questo centro, come altri in giro per l'Italia, nasce dopo la chiusura dei manicomi ed accoglieva, inizialmente, persone che uscivano dal manicomio dopo una vita intera di "reclusione" ed emarginazione. Nel corso degli anni, con la nascita di comunità psichiatriche, sia pubbliche che private, queste persone hanno trovato una collocazione più consona alla loro età. Nel nostro centro vengono accolti ospiti dai 18 ai 50 anni, ma la fascia di età più presente è quella dai venti ai quarant'anni.

In cosa consiste il tuo lavoro, ci racconti come si svolgono le tue giornate in comunità?

Sono un'infermiera ed il mio lavoro è davvero molto vario. Inizialmente, su segnalazione dei Servizi Sociali o dello Psichiatra del territorio, o da un'altra struttura fuori della nostra sede, riceviamo notizie su di un "caso" particolare. Ci viene fornita una scheda anamnestica della persona, con l'età, l'esordio della malattia, i problemi che l'hanno portato a rivolgersi ad un centro territoriale di assistenza psichiatrica, la storia della sua famiglia ecc. Quindi, inizialmente, insieme alla Psicologa della struttura e ai nostri medici Psichiatri, si discute il "caso". Purtroppo non sempre le notizie relative alla vita del paziente sono complete e quindi prima di poter formulare degli obiettivi dobbiamo andare alla ricerca di notizie, intervistando i familiari coinvolti, le strutture precedenti che l'hanno ospitato ecc. Ma è all'arrivo dell'ospite (preferiamo definire così i nostri pazienti)che, durante un breve periodo di osservazione, ci si rende davvero conto di quali potrebbero essere i suoi problemi e in quale area va diretta la riabilitazione. Una persona è un essere inscindibile e va comunque considerata nella sua sfera completa bio-psico-sociale. Bisogna prendersi cura del suo stato fisico (molti arrivano con problemi di salute dovuti ad abuso di alcool, abuso di farmaci, trascuratezza del proprio aspetto, anoressia, bulimia, ecc), del suo stato psichico (quanto è presente nella realtà? Che grado di dipendenza ha nella cura del sé e dei suoi spazi? Che grado di criticità ha nei suoi confronti, nei confronti di quello che lo circonda, della sua malattia?) della sfera sociale (che rapporti esistono all'interno della sua famiglia? Come si relaziona con gli altri? Sul posto di lavoro? ecc.). Dopo aver osservato il paziente si formulano degli obiettivi d'intervento riabilitativo volti a riportarlo pian piano ad una certa autonomia. Si parte, inizialmente con la cura del sé, del proprio aspetto: al mattino viene affiancato da un operatore che lo aiuta nell'igiene personale qualora l'ospite abbia difficoltà con il contatto dell'acqua (ci sono persone che si spaventano a trovarsi sotto la doccia o nella vasca), difficoltà ad usare il rasoio per la barba ecc. All'interno della struttura agli ospiti vengono proposte varie attività di ri-socializzazione e lavoro, che vanno da attività più semplici e molto strutturate ad altre che si effettuano magari per brevi periodi o in cui viene lasciata al paziente una maggiore autonomia: laboratorio di vimini, pittura, danza-terapia, musico-terapia, momenti di programmazione della settimana nei quali gli ospiti stessi decidono le gite, varie attività sportive (calcio, pallavolo, vela ecc.). Il nostro lavoro (mio e quello dei miei colleghi) è quello di organizzare la giornata in toto. Si comincia con la somministrazione delle terapie individuali al mattino, con l'affiancare gli ospiti meno autonomi nella gestione della loro camera, nel seguirli nelle loro esigenze individuali, nell'ascoltarli e dare loro un supporto psicologico nei momenti di crisi (che sono davvero tanti!).

Vieni a contatto con molti giovani?

I nostri ospiti sono spesso giovani e vivono davvero tutte le problematiche della loro età. Questo comporta a noi operatori l'essere molto flessibili e imparare il loro "linguaggio", comunicare portandoci al loro stesso livello di comprensione ed entrare nella loro sfera emotiva per interagire con essa.

Se non sbaglio molti degli ospiti della comunità hanno problemi di alcolismo, oppure vengono da famiglie che ne hanno, giusto?

Molti di essi hanno problemi di dipendenza da sostanze alcoliche, dipendenza da droghe varie, dipendenza da farmaci. Il tutto associato ai problemi psichiatrici individuali. Non sempre si riesce a capire se il problema psichiatrico è sorto dopo la dipendenza da abuso di sostanze o viceversa. Comunque, alla base della ricerca di qualcosa che ti porti a sentirti "sballato", c'è sempre un disagio interiore che non ti permette di affrontare la quotidianità. I nostri giovani, per la maggior parte, provengono da famiglie "disturbate", un genitore che abusa di alcool, che è dipendente dal gioco, rapporti di coppia in crisi, genitori separati che non riescono a gestire i figli, dinamiche familiari "patologiche" nelle quali non c'è alcuna criticità sui loro problemi di relazione. Spesso si prende in carico un giovane per allontanarlo dal contesto familiare e permettergli di imparare a vivere autonomamente da essa.

Il problema dell'alcolismo oggi in Italia è una realtà preoccupante?

Certo, il problema dell'alcool è davvero preoccupante! Basti pensare all'età media dei ragazzi che ne fanno uso, associato poi alle varie "pastiglie" in auge negli ultimi decenni. L'alcool è una droga alla portata di tutti, è facilmente acquistabile per un minorenne, basta andare in un supermercato. L'uso di tali sostanze disinibisce e dà la sensazione di riuscire a relazionarsi meglio con gli altri, di superare le proprie difficoltà, di stare meglio insieme agli amici. Il problema è che poi si finisce per abusarne e diventare dipendenti con tutti i problemi fisici e psichici che ne derivano.

Come agisce l'alcol su un soggetto con problemi psichici?

L'abuso di alcool su un soggetto con problemi psichici, non fa altro che aumentare e peggiorare la sintomatologia e la complicazione della loro patologia. Immagina uno dei nostri ospiti che è affetto da un disturbo persecutorio, da allucinazioni visive ed uditive, dall'interazione tra alcool e farmaci che deve prendere per la cura della sua patologia, i risultati possono essere davvero gravi. Qualche nostro ospite è morto per grave insufficienza epatica legato all'abuso concomitante di farmaci e alcool.

L'alcol può creare problemi psichici anche in soggetti così detti "normali"?

L'abuso di alcool può creare problemi seri anche a persone che non hanno all'origine problemi psichici. Inevitabilmente i problemi psichici si innescano laddove le cellule neuronali sono già state danneggiate L'alcolismo porta spesso alla morte come causa di malattie del fegato ed emorragie interne, non ultimo ci sono gli incidenti causati da persone in stato di ebbrezza o anche ai casi di suicidio.

Sono più gli alcolisti giovani o quelli di età adulta?

Un tempo sicuramente erano più gli adulti ad abusare di alcool, ma ora penso che siano di più i giovani. Tra gli adulti troviamo i frequentatori del bar di paese che trascorrono la serata con gli amici a "raccontersela su", o il professionista che beve i suoi drink che regge bene. Ma i giovani bevono tanto e neanche di nascosto; come dicevo prima, vivono l'alcool insieme alla relazione con l'altro.

Cosa raccomanderesti ad una persona che non volesse cadere nella dipendenza da alcol? Quali sono i sintomi di questa dipendenza?

A chi volesse non cadere nella dipendenza dell'alcool consiglierei moderazione e cercare di capire i motivi che lo inducono a cercare lo stato di ebbrezza. Esistono i centri degli alcolisti anonimi in tutte le città, sono ben strutturati ed hanno al loro interno gruppi di " aiuto-aiuto" formati da ex alcolisti che sono davvero di grande aiuto. Il problema è che un alcolista difficilmente riconosce il suo stato di dipendenza e quando è già dipendente dall'alcol spesso è troppo tardi per recuperarlo. Il primo sintomo della dipendenza è la ricerca dell'alcol come unico pensiero, l'isolarsi socialmente, l'aumento della quantità per sentirsi "meglio". Gli effetti neurologici sono l'astinenza con le convulsioni, il delirio tremens che si manifesta con allucinazioni; la depressione, la demenza alcolica. Per chi invece non è arrivato ancora all'abuso di alcool consiglierei una serie di sedute psicoterapeutiche per imparare a gestire la propria ansia e affrontare le proprie paure, i propri disagi.

Ci puoi parlare dei tuoi rapporti con gli ospiti della comunità? Cerchi di mantenere la distanza in modo da non avere il famoso transfert, oppure tendi ad essere empatica?

I rapporti con i miei ospiti variano da caso a caso; nel senso che con ognuno ci si relaziona in base al proprio stato mentale, al carattere, al bisogno che ha di ricerca dell'operatore. Per me è inevitabile il transfert e ritengo necessaria l'empatia. Non lavoriamo con macchine ma con persone! A me fanno ridere i professionisti che cercano di tenere le distanze dalle emozioni degli altri. Tra l'altro affinché una relazione terapeutica si possa stabilire c'è bisogno del transfert. Per noi che viviamo dalla mattina al giorno dopo compresa la notte, gomito a gomito con i nostri ospiti, viviamo i loro progressi momento per momento, le loro crisi, le loro piccole gioie... non è facile, credimi, prendere le distanze. Questo non significa perdere il proprio ruolo, non si diventa amici, devi sempre dare a loro la figura dell'operatore pronto a supportarli, a sorreggerli, ad aiutali. Ecco, in questo senso le distanze vanno prese, la vita privata va tenuta fuori dal rapporto con l'ospite. Naturalmente anche su di noi lavoriamo molto. Abbiamo chiesto nei momenti più critici l'aiuto di un supervisore che ci aiutasse a superare i momenti di stress e che ci aiutasse a capire meglio la relazione e la comunicazione con il paziente .Il nostro è un lavoro che ti prende non solo le energie psichiche ma ti coinvolge anche la vita. Quando un nostro ospite tenta il suicidio e ne muore, è un dolore per tutti noi, oltre a renderti conto che sei davvero impotente di fronte a certi eventi, ti chiedi se hai fatto tutto quello che potevi fare per quella persona. Se avessi fatto se avessi detto cose diverse magari forse quella persona sarebbe ancora qua! 

Ci sono storie che ti toccano più di altre? Ti va di raccontarcene una?

Ci sono storie, ci sono persone che ti toccano più di altre. Forse per il transfert a cui accennavamo. Durante alcuni dei nostri continui corsi di aggiornamento ho imparato che quando raccontiamo la storia di un paziente, in effetti stiamo usando parole, emozioni ecc, che raccontano la nostra storia, o quello che di nostro vediamo nella storia dei nostri pazienti. Sembra un po' complicato e arzigogolato come concetto, ma semplicemente io vedo nell'altro quello che riconosco come mio. Tutto alla fine riporta a se stessi! La cosa sorprendente, è come si entra e si esce dalla vita degli altri entrando ed uscendo dalla propria. Dove inizia il sé e dove comincia l'altro.

Quali sono le qualità necessarie ad un buon operatore sociale?

La prima dote di un operatore sociale per me è la sensibilità, l'altruismo, il sapersi calare nei panni degli altri, sapere ascoltare, per riuscire a "donarsi" all'altro e trarre dall'altro le risorse che ha dentro di sé e fargliene prendere coscienza. La professionalità è invece un'esigenza del nostro operare: l'informazione, lo studio, l'aggiornamento, il mettersi in discussione sempre.

Cos'è che ti piace di più del tuo lavoro? E cosa invece di meno?

Del mio lavoro amo il contatto con l'altro, la relazione che per me è vita, è tutto! Mi piace tornare a casa e sapere che non ho prodotto scartoffie ma emozioni, rapporti, aiuti .E non parlo solo delle cose che posso dare ai miei ospiti, ma di quello che loro possono dare a me, che è tanto di più! In termini di esperienza, di dare un senso al proprio operato, di sentirsi socialmente utile. Quello che mi piace meno sono i turni di lavoro che a lungo andare ti scombussolano i bioritmi. Si dorme male e si lavora quando gli altri sono a casa.

Cos'è che ti spinge a fare questo lavoro, la funzione che senti di avere operando in questo settore?

Cosa mi spinge a fare questo lavoro? Bella domanda! Ti dirò che per qualche anno ho lavorato come impiegata: pratiche su pratiche, lavori al computer ecc, molto alienante per il mio carattere. Ricordo ancora le colleghe che entravano ed uscivano dai bagni a rifarsi il trucco, ad aspettare il capo in testa per far colpo, a spettegolare sulla collega e vedere come farle "le scarpe". Che vita è quella? Non mi reputo una missionaria, per amor di Dio, anche se sono Cristiana e cerco di fare del mio meglio per esserlo veramente, ma penso che nella vita ci sono cose migliori da fare che perder tempo a far "passare il tempo" (mi riferisco alle mie ex colleghe). Se non avessi scelto questo lavoro, sicuramente avrei operato in altri ambiti sociali, per me è importante tornare a casa portando nel cuore la giornata che finisce e chiedermi: ho fatto del mio meglio? Potevo fare altro? Purtroppo avrei sempre potuto far meglio e fare dell'altro, conosco i miei limiti e li accetto così, spero di migliorare un po', ci provo...

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Commenti

1. Alessandra, Lunedì 15 Settembre 2008 ore 19:19

Salve, complimenti alla signora Cirillo ed anche alla comunità nella quale lavora. Sono una studentessa di psicologia ed ho svolto il breve tirocinio della triennale presso una U.O.P. del mio paese. Purtroppo non tutti gli operatori amano il proprio lavoro quanto la signora e, ancor più grave, non tutti i primari e i medici psichiatri dimostrano di tenere agli utenti. Mi interessava avere notizie delle relazioni che scaturiscono all'interno delle comunità terapeutiche. Se la signora Cirillo volesse contattarmi...

2. cirillo maria filomena, Lunedì 15 Dicembre 2008 ore 23:59

Salve Alessandra,ho letto solo ora il suo commento,se mi lascia una mail o altro recapito sarei lieta di potermi mettermi in contatto con lei.Cirillo

3. stefania, Venerdì 6 Febbraio 2009 ore 13:22

salve, signora cirillo sono un'educatrice professionale sanitaria e mi piacerebbe poter mandare il cv nella struttura dove lavora. come si chiama? il mio indirizzo email è stefaniananna@hotmail.it aspetto sue notizie.

4. jaya, Lunedì 9 Febbraio 2009 ore 12:46

 Davvero complimenti signora Cirillo per l'impegno e la sensibilità con cui affronta questo difficile lavoro. Sono una terapista della riabilitazione psichiatrica, lavoro presso una CPM...mi piace il mio lavoro, mi arricchisce profondamente ma spesso mi capito di provare una rabbia infinita quando vedo i miei colleghi scannarsi a vicenda per puro desiderio di primeggiare, l'ospite rimane sullo sfondo perchè tutti troppo presi da stessi..mi piacerebbe confrontarmi con lei..

5. cynthia polimeni, Domenica 22 Febbraio 2009 ore 19:14

Salve sono Cynthia Polimeni ho un fratello di 56 anni affetto da schizzofrenia cronica mi piacerebbe entrare in contatto con la Sigra Cirillo

6. cirillo maria filomena, Martedì 5 Maggio 2009 ore 00:49

Per jaya,farebbe piacere anche a me confrontarmi con lei.

Mi lascia la sua mail?

7. cirillo maria filomena, Martedì 5 Maggio 2009 ore 00:51

Per Cynthia Polimeni,mi dispiace aver letto solo ora il suo messaggio,spero esserle di aiuto.Mi lasci la sua mail e la contatterò.Saluti.

 

8. dona, Giovedì 21 Gennaio 2010 ore 21:18

ho un fratello malato di schizzofrenia,potrei avere l'indirizzo dell'ospedale dove lavora? grazie mille         

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